Abstract
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme risale al viaggio compiuto da Hannah Arendt a Gerusalemme per conto del The New Yorker per raccontare il processo contro Otto Adolf Eichmann. Tra le ragioni che l'avevano spinta a occuparsi del processo Eichmann, Hannah Arendt ne ha indicate in particolar modo tre: voleva rendersi conto in prima persona di chi fosse davvero Eichmann “in carne ed ossa”; voleva studiare da un punto di vista giuridico la possibilità di un nuovo tipo di crimine e di criminale; e infine era da tempo che si occupava del problema del male. Prendendo spunto da queste ragioni addotte dalla stessa Arendt, in questo articolo si cercherà di analizzare le implicazioni giuridiche del processo; il problema della "questione ebraica" e le polemiche che ne seguirono; l'idea stessa di "banalità del male" e le sue ripercussioni sulla riflessione della Arendt. Sebbene la Arendt avesse già sostenuto l’inadeguatezza della tradizione filosofica a cogliere il fenomeno del male nella sua analisi del male radicale in Le origini del totalitarismo, è stato solo dopo il libro su Eichmann e la "banalità del male" che ella giunse a riprendere questo tema con un rinnovato slancio etico. Quel che la Arendt aveva individuato in Eichmann non fu la stupidità; per dirla con le sue stesse parole, costui palesava qualcosa di completamente negativo: l’assenza di pensiero. L’ordinarietà di Eichmann si manifestava in un'incapacità di pensare in maniera indipendente. Eichmann divenne così il protagonista di un’esperienza solo in apparenza ordinaria: l’assenza di pensiero critico.